Campioni

Vincitori, primi della lista, campioni.

Spulciate pure tutto il dizionario dei sinonimi e contrari per dare un nome a questi ragazzi che ieri ci hanno preso per mano e ci hanno riportato sul podio, dopo sei anni di attesa.

Chiamateli come volete, tanto a loro oggi non importa. Loro oggi hanno un sogno tra le dita e possono accarezzarselo tutto il tempo.

Ma che cosa hanno vinto veramente gli Esordienti? Un titolo regionale non è poco, ma non è tutto. E nella distanza tra quel tanto e quel tutto ci sta dentro un universo intero che, se hai undici anni, fa tutta la differenza del mondo.

Gli esordienti non hanno semplicemente vinto il campionato. L’hanno conquistato, che è diverso.
E per farlo, partita dopo partita, minuto dopo minuto, allenamento dopo allenamento, hanno dovuto fare i conti con una cosa che ci imbarazza chiamare col proprio nome: la paura.
La paura di non essere all’altezza, la paura ghiacciata, quella che ci irrigidisce e ci disorienta. Quella che ci fa tremare le mani, che buca lo stomaco e che ci rende difficile anche la cosa per noi più semplice e più bella del mondo: fare canestro.

Provate a farlo voi un canestro, quando nel primo campionato della vostra vita vi siete ritrovati a giocare una finale. Provate a non farvi prendere dall’ansia quando sentite la gomma bollente sotto i piedi che vi ricorda che la linea di demarcazione tra vincere o perdere potete tracciarla solo voi.

Provate a non gettare la spugna, a non accampare scuse, a non rifugiarvi dietro alibi che vi fanno sentire più leggeri, quando nella partita più importante della vostra vita andate subito sotto di 9 e tutti i tiri che fate sembrano sempre o troppo lunghi o troppo corti.
A voler cercare la cosa più bella nella finale Esordienti di ieri, è proprio questa: aver assistito alla battaglia che ognuno di loro, per quaranta minuti (che poi sono trentadue, ma durano come una vita intera), ha ingaggiato con sé stesso e con i propri limiti, che a quell’età sono ancora ciclopici e non si fanno abbattere.

Avreste dovuto vederli in quel momento lì, con le mani in testa, il sudore sulla fronte, mentre avrebbero voluto piangere e cancellare tutto.
“Ma possiamo ancora farcela?”
Come fai a guardarlo negli occhi un ragazzino così e a spiegargli la logica dei se e dei ma.
“Sì, potete farcela”. Sì, possiamo farcela perché in quel momento là, giocatori, allenatori, genitori, siamo tutti la stessa cosa, bambini che non vogliono mollare.

Ma poi loro diventano grandi all’improvviso. Tornano in campo e sanno esattamente cosa fare. E non stiamo parlando di gioco, di tattiche o di schemi.
Non sanno ancora come battere gli avversari, ma sanno come lasciarsi il loro ciclope alle spalle. E lo fanno tutti insieme, tenendosi virtualmente per mano, perché hanno iniziato quest’avventura che neppure si conoscevano e oggi invece sono una squadra. E poco importa se ieri eri antipatico e non ti sopportavo: oggi arriviamo fino in fondo e lo facciamo nell’unica maniera possibile, insieme.

Quindi guai a liquidare la faccenda con una pacca sulle spalle e un “complimenti” di circostanza. Guai a dire che per i bambini è più semplice. Guai pure a chiamarli bambini: in una finale regionale contro l’Airino Termoli e contro le proprie paure, loro hanno imparato come si diventa grandi.
E quando l’anno prossimo o tra dieci anni, in una finale di pallacanestro o dietro il banco di un’aula, quella domanda – ma possiamo ancora farcela? – tornerà a ripresentarsi come un dubbio ossessivo nelle tappe più importanti della loro vita, potranno ricordarsi di come, da soli, ce l’hanno fatta quando pochi altri ci avrebbero scommesso.

Loro oggi hanno vinto e lasciamoli sorridere dentro questa vittoria. Loro oggi sono campioni e a noi non resta che applaudirli.
E ringraziarli.

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