FOCUS ON: l’uomo da Venegono che ha sconfitto il tempo

La spontaneità è una posa difficilissima da tenere, diceva Oscar Wilde in The importance of being Earnest. Non se ti chiami Marco Rossi però e se la cosa più spontanea che ti riesce di fare è giocare a basket.

Esistono migliaia di giocatori di pallacanestro, centinaia e centinaia di fenomeni, di top player, di atleti che schiacciano in faccia all’avversario e segnano da centrocampo. Esistono una miriade di giocatori ai quali l’allenatore affiderebbe sempre l’ultimo tiro, decine e decine di campioni veri, quelli per cui magari venderesti la casa, l’automobile e la collezione di francobolli della nonna pur di averli in squadra.
Di Marco Rossi invece ne esiste un solo esemplare.
Lui non è di quelli che fanno rumore, non è di quelli che parlano a voce alta, che strillano, che sbraitano, che urlano per farsi sentire.
Marco Rossi è uno che ha fatto del silenzio uno stato mentale, uno che ha attraversato la vita senza far rumore, in punta di piedi, perché il “rumore” più bello è quello che porta nascosto dentro.
E non te ne accorgi subito, perché comprendere il silenzio è la forma più alta dell’intelligenza e non tutti sanno riconoscere l’equilibrio e l’armonia in mezzo alla confusione.
Il giocatore col numero 20 sulle spalle in Porto Sant’Elpidio – Venafro a prima vista sembra un giocatore qualunque in una partita qualunque di uno sport qualunque.
Invece qualcosa di diverso dagli altri ce l’ha.
Marco Rossi da Venegono ha fatto a gara persino col frastuono ed è uscito vincitore. Il suo silenzio se l’ è portato dietro nel rumore di sottofondo, e con quel silenzio ha gridato più forte di tutto il trambusto e la baraonda.
Marco Rossi è semplicemente Marco Rossi.
È uno che ha le geometrie nella testa, le parabole nelle braccia. Ha il cuore zuppo di pallacanestro, gli occhi che guardano sempre oltre, dove noi non vediamo, in un orizzonte vuoto che lui riempirà con una palla data coi tempi perfetti.
Lo osservi seduto in panchina, prima di entrare in campo. Ovunque è vociare, chiasso, brusio. Lui invece non parla, scruta un punto che tu non riesci a mettere a fuoco e quasi non la noti la sua presenza.
Marco Rossi ha sfidato il tempo e l’ha piegato. Ha battuto quello del cronometro, che è sempre troppo veloce e sfugge e non lo domini mai se non sai aspettare e se non hai una grande calma che ti esplode dentro.
Lui corre più veloce del tempo. Lo aspetta come si aspetta un pick’n’roll a cinque secondi dalla fine e, quando arriva, lui è già andato via perché i suoi muscoli, sono muscoli eccezionali!
Come il Nuvolari di Dalla.
Marco, pensaci tu è diventato un po’ un mantra, una sorta di Signore aiutaci 2.0, come i numeri che porta sulla maglietta.
E lui ci pensa per davvero, ogni volta.
Tu dici “ormai è finita”.
E invece no.
La sirena sta per suonare e tutti sugli spalti iniziano a strapparsi i capelli dalla testa ed ogni secondo che passa pesa come un macigno.
“No dai, è finita.”
E invece no.
Quando ormai nessuno respira più, neanche l’allenatore con le mani in testa, lui guarda il cronometro con la faccia impassibile, come se non dipendesse tutto da quello che deciderà di fare nella prossima frazione di secondo. E mentre fa partire il tiro e la parabola si disegna nel vuoto, e tutto il frastuono e il rumore di cui Marco Rossi non fa parte si sospende, tutti pensano “Oddio, va dentro!”
E va dentro.
Marco Rossi da Venegono ha sconfitto il tempo e la sua faccia è la stessa di uno che ha appena fatto un’ora di fila alla posta.
La stessa faccia che ha quando lascia sul posto avversari con dieci anni di meno e arriva al ferro in una maniera che tu pensi “ma come ha fatto?!”, o quando parte da centrocampo per fermare il contropiede e mentre nella tua testa scatta il solito “se vabbè, figurati se lo riprende”, lui sta già volando, sta già stoppando, sta già vincendo.
Perché è sempre un passo avanti a tutti noi.

È infallibile.
No, Marco Rossi è fallibile.
Marco Rossi sbaglia, può scivolare, può prendere il ferro, può perdere palla a centrocampo, può sbagliare un passaggio. Marco Rossi non è perfetto, perché c’è qualcosa di estremamente noioso nella perfezione.
Il suo essere fallibile invece, il dubbio, l’indecisione, il panico, lo rendono davvero un vincente.
Ed è proprio questa l’importanza di chiamarsi Marco Rossi: che scegli di combattere pur sapendo di poter fallire.
Ogni volta.

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