FOCUS ON: l’overtime

Cos’è che spinge realmente una squadra a combattere, compatta, verso la conquista di un overtime?

Quale molla deve attivarsi dentro per aiutarti a stare in piedi e lottare, e accasciarti e continuare a lottare, anche oltre il tempo prestabilito?
Dove la trovi la forza per mandare una partita ai tempi supplementari quando sei stato sotto praticamente sempre, quando sei arrivato a -12 con la testa che contempla la sconfitta e il tuo playmaker titolare fuori per stiramento dal primo quarto?

Guardi i tifosi e puoi indovinare i loro pensieri. “Sarebbe stato troppo bello vincere anche oggi, sarebbe stato troppo.”
Abbiamo sollevato i piedi da terra, abbiamo voluto credere che la strada fosse in discesa e ci siamo dimenticati che siamo pur sempre la squadra del 0-13, l’ultima in classifica, la più quotata alla retrocessione diretta.
Ci siamo dimenticati che siamo piccoli e che non abbiamo la cattiveria e la freddezza degli altri. Gli altri sì, quelli che sanno vincere rubandoci i sogni.
Il -12 del terzo quarto ce lo ricorda: non siamo ancora diventati grandi.

E invece succede qualcosa di magico. Le mani che si erano arrese solo qualche minuto prima riprendono a battere. Gli avversari non lo hanno ancora capito, ma stanno per perdere la loro partita.

E il tifoso, persino quello in punta di piedi nell’angolo più lontano dal campo, capisce che stiamo per vincere. E lo capisce quando tutti insieme serriamo la via del canestro, quando costringiamo l’avversario a toccare la linea di fondo perché gli neghiamo la vittoria. E poco importa se il canestro di Sasha non va dentro. Noi ci tuffiamo sull’ultima palla disponibile e la spingiamo avanti, perché perdere, stavolta, non è più contemplato.

E allora scadono i quaranta minuti che sembravano averci condannato alla sconfitta e parte un tempo nuovo, un tempo dove vincere o perdere non è più una questione di circostanze e di congiunzioni astrali. Vincere o perdere dimostra a tutti chi siamo veramente.

E allora lo sai che Mario sulla linea del tiro libero sta pensando che se li segna tutti e due, la partita è riaperta. Non lo guarda il tabellone, non guarda i compagni. Tira e segna.
E allora sai anche che quando Gioele si allarga sull’arco dei tre punti, Franco gli passerà la palla, perché anche lui lo sa che quando quel tiro partirà dalle mani di Gió non potrà non andare dentro.

Ma allora non siamo poi così piccoli, non siamo le vittorie degli altri e non abbiamo più tanta paura di crescere.
Battistini, quello che all’andata aveva sfiorato il trentello, stavolta lo sbaglia il suo tap-in. Prende il rimbalzo, ci riprova, ma ci sono troppe braccia davanti e il ferro decide che la palla non può entrare. Si va dall’altra parte e tutte le mani del palazzetto sono su quella palla che Mauro non riesce ad appoggiare al tabellone; ma non è finita, siamo sempre sul 74-72. C’è Pesaresi sulla lunetta che segna il primo tiro libero e c’è Libu che guarda il pubblico e sa che il secondo andrà fuori. 74-73.

Franco riceve palla, sfrutta il blocco, arresto e tiro che non va. Ma siamo qui per vincere o per lasciar vincere?
Agguantiamo il rimbalzo come se in quel momento fosse la cosa più importante del mondo, sbagliamo ancora ma siamo sempre lì: è questione di centimetri, è questione di singoli grammi di voglia che faranno la differenza tra vincente e perdente.
La palla è ancora nostra e stavolta Franco non sbaglia. Riceve palla, sfrutta il blocco, ne supera due e appoggia al tabellone. Adesso sono gli avversari a tentennare, a lasciarsi sfiorare dal dubbio che, magari, questa squadra così piccola può avere un cuore così grande. È lì che sbaglia Meluzzi, sull’1/2 dalla lunetta che ci riconsegna la palla. I nervi cedono, le certezze vacillano e Foiera si fa chiamare un tecnico a ventisette secondi dalla fine. 77-74.

Ci mandano in lunetta, ma non può essere così facile. Deve essere un finale palpitante, con la tachicardia, gli urli che si fermano a mezz’aria, le mani incerte che non sanno se applaudire o pregare.
Loro non vinceranno a casa nostra, punto. Difendiamo, pressiamo, stiamo giù con le gambe e li spingiamo all’errore. Ci sbilanciamo e ritroviamo equilibrio, stiamo col fiato sul collo e cacciamo gli artigli. Arriva la loro diciannovesima palla persa.

Ci sono ancora pochi secondi, ma tanto basta per raggiungere il vero obiettivo della serata: vincere da squadra. C’è un ultimo tassello da aggiungere al puzzle ormai completo. E allora Mario va a prendersi la palla, si libera dagli avversari e la passa a Gioele, che entra nell’area, lo vede e gliela cede: Antonio segna il suo primo canestro con la maglia del Venafro e salta per il campo come se tutto il suo universo, in quel momento, fosse rimasto immobile davanti alla retina che si gonfia.

Ma allora l’abbiamo vinta proprio noi? Ma allora non siamo davvero così piccoli come si diceva, allora siamo in grado di lottare, cadere, reagire, correre, subire e correre ancora?
Ma allora siamo davvero una squadra che sta imparando a vincere?

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