La prima vittoria non si scorda mai

L’urlo è quello da finale Wimbledon. Pugni stretti al cielo, le vene che si ingrossano sul collo, bocca spalancata a liberare un grido che parte dal centro del petto. Ma il campo non è quello in erbetta del tempio del tennis e in palio non c’è la gloria terrena, né la fama presso i posteri.
Eppure è così bello e coinvolgente che, quasi quasi, ci caschiamo anche noi che siamo un po’ più adulti.
Se un bambino dovesse indicarti il momento preciso in cui è diventato grande, avrebbe pochi dubbi: quella volta che con la squadra ha vinto la sua prima partita.

Poco importa se hanno ancora i denti da latte, la vocina stridula e le figurine nello zaino. Per loro la prima vittoria è la consacrazione al mondo degli adulti, una sorta di rito iniziatico verso un mondo di cui vogliono essere gli assoluti protagonisti. Sembra banale, ma non lo è. Per i grandi è molto più semplice, ma per i bambini giocare una partita è un calvario che inizia il giorno prima, con l’insegnante che ti sorprende a disegnare sul banco tutte le possibili (e soprattutto impossibili) linee di passaggio per arrivare a canestro, con la mamma che ti vede assente e distante e tuo padre che ti chiede di smetterla di agitare in continuazione la gamba sotto il tavolo.
Noi probabilmente neanche ce lo ricordiamo, ma il travaglio che accompagna ogni partita ci ha sfiancato prima ancora di iniziare a giocare. C’è quel vuoto che rimbalza nello stomaco quando fai il conto alla rovescia, la lista interminabile di cose che l’allenatore ti ha detto di non dimenticare, la stretta al petto quando realizzi che esiste anche l’eventualità di perderla una partita.

E quando finalmente metti piede in campo e sembra che tutto sia sparito, non è così.
Le gambe sono più lente del solito, la palla scivola come non aveva mai fatto prima e ogni tanto quel vuoto allo stomaco risale con tutta la prepotenza dei nemici giurati.
Gli ultimi 90 secondi sono quelli cruciali, anche un bambino lo sa. Per questo quando l’allenatrice chiama il time out, tutti sono in piedi in panchina. Le mani sono gelate, ma non smettono di sudare. Il cuore batte più forte e le voci di sottofondo sono lontane, sfumate. Se si sbaglia un solo colpo la partita è persa. E ad un bambino tutto puoi chiedere tranne che perdere una partita.
Gli ultimi novanta secondi sono i più lunghi della tua vita, più lunghi anche di quelli passati ad aspettare fuori la porta del dottore.  Forse è la prima volta che hai davvero paura, perché stai diventando grande e la fine della favola puoi scriverla solo tu.
Allora quando la sirena suona e il punteggio più alto (che sfiora appena la doppia cifra) è quello della tua squadra… Wimbledon, a confronto, è solo una storiella per bambini.

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