FOCUS ON: il finale di stagione

Avete presente quando la vostra serie TV preferita, quella che mandavano in onda tutte le domeniche a partire da ottobre, sta per finire? La serie B ce l’hanno dilazionata in trenta episodi, quaranta minuti ciascuno, e in ogni puntata abbiamo trovato la nostra dipendenza. Ma saremo in grado di sopravvivere al gran finale?

Per dare un nome a questa stagione dovremmo scavare tutto l’inferno e tutto il cielo che abbiamo attraversato in questi otto mesi, risguazzare nel fango in cui ci eravamo affossati e assaporare quella boccata d’aria che il nuovo anno ha portato con sé.
Come la chiamereste voi una stagione che è stata insieme la peggiore e la migliore di sempre, una stagione di spettri e fantasmi prima e di sole e speranza poi?
Una stagione in cui ci sono dentro cento altre stagioni, nessuna uguale alle altre, ma tutte con la nostra firma in calce. Abbiamo perso partite di trenta punti, abbiamo macinato chilometri che ci sono rimbalzati addosso con tutta la forza dei canestri avversari, siamo passati attraverso serate in cui abbiamo tirato peggio di un cieco al poligono e altre in cui abbiamo dato tutto, ma il nostro tutto non è bastato. Siamo stati fragili, vulnerabili, abbiamo sviluppato anticorpi alla vittoria fino al punto da considerarla nemica, altra cosa da noi. Ci siamo acclimatati alla sconfitta, l’abbiamo assimilata come fosse l’unica strada percorribile per raggiungere il fondo del nostro baratro. Siamo stati zero per tredici lunghe settimane, le stesse che ci hanno reso l’ultima ruota di un carro che viaggiava in direzione opposta. Abbiamo chiuso la porta in faccia a qualsiasi tipo di utopia, perché l’utopia ha bisogno dell’irrealizzabile per realizzarsi, mentre per noi l’unica cosa possibile era la sconfitta. Qualsiasi cosa moltiplicata per lo zero, d’altronde, dà sempre e solo zero.

E poi è arrivata la vittoria, in una sera di gennaio in cui i nomi di Liburdi e Migliori non erano neanche iscritti a referto. In un attimo ci siamo scrollati di dosso tutta la fuliggine che quattro mesi di referti sempre gialli ci avevano lasciato addosso. Ci siamo guardati in faccia e siamo andati a ripescare proprio quei sorrisi sommersi da tutta l’amarezza, da tutti i sogni andati a male e le speranze indolenzite. Abbiamo scucito il marchio di perdenti dalle nostre facce atrofizzate e abbiamo riscoperto finalmente la bellezza di questo gioco.
Come abbiamo fatto a sopravvivere a questa maledettissima stagione?

Sulla nostra pelle abbiamo spalmato tutte le emozioni che questo sport può regalare: l’eccitazione attonita di partite vinte con scarti rasserenanti, l’ebbrezza che monta su quando riesci a ricucire uno svantaggio di venti punti, il batticuore dell’ultimo possesso, l’orgoglio nel vedere le prime della classifica angustiarsi perché non riescono ad averla vinta, quella sorta di schizofrenia alla quale ci si abbandona quando si vincono le partite all’ultimo secondo, il rimpianto per le occasioni mancate, la malinconia degli ultimi spiccioli di campionato, la gioia, l’attaccamento, le paure, la fedeltà, qualsiasi forma d’ansia. Tutto.

Se è vero che nello sport non conta il traguardo ma il percorso che ti porta a tagliare quel traguardo, per la Dynamic è ancora più vero che per gli altri. Perché in quel percorso ci abbiamo buttato dentro tutto, il buono e il meno buono, le amarezze e la voglia di riscatto, lo sconforto e l’esaltazione, il sudore, la cattiveria, l’umiltà di quelli che partono da zero e l’ambizione di quelli che vogliono arrivare in alto, le facce impietrite dei martedì di novembre e la voglia matta di tornare in palestra delle ultime settimane.

Ora siamo nello spazio vuoto dell’attesa, con un piede nella zona franca e l’altro ancora nella mischia. Siamo arrivati ad un passo dall’obiettivo, noi che eravamo morti e sepolti e non facevamo paura a nessuno. Noi che eravamo i due punti facili di qualsiasi avversaria e che oggi lottiamo per evitare i Playout.

“Playout”. Una parola che rievoca ancora troppe cose negli occhi di chi l’anno scorso c’era e ha provato la sofferenza della retrocessione sulla propria pelle.
Per questo lotteremo per realizzare l’irrealizzabile, perché ormai ogni cosa ci sembra possibile e poco importa se non dipende solo da noi, se passeremo un intero sabato sera ad attendere risultati da altri campi. Noi non vogliamo chiudere da sconfitti e, per quello che vale, in questo pezzo di campionato, la nostra vittoria l’abbiamo già portata a casa.
Per cui possiamo chiamarla come volete questa stagione, ma una cosa è certa: nessuno di noi la dimenticherà tanto facilmente.

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